L'invasione  

Posted by Tengu Zame in

La porta si aprì su un ballatoio. Lily rimase esterrefatta nel vedere, illuminata da una serie di globi luminosi posti lungo tutte le pareti, una enorme officina, grande forse come l’intero edificio soprastante, ricolma di macchinari di ogni tipo. Ovunque il suo occhio si posasse, non faceva che vedere ingranaggi, pompe, pistoni, caldaie, rulli e qualunque altra tipologia di sistema meccanico lei potesse riconoscere.
Ferguson la raggiunse subito dopo. “E così,” disse. “Sembra che questa sia la famigerata “officina privata” di suo padre.”
“Officina privata?”
Il cane annuì. “La menzionava spesso. Ma non immaginavo fosse così grande.”
Lily scese le scale al termine del ballatoio, raggiungendo il pavimento della sala. Si udì uno scatto, poi un ronzio, quindi una voce riempì l’aria: “Bambina mia!”
Lily trasalì. “Padre! Padre, siete voi?”
“Sì, tesoro, sono io. O meglio, questa è solo la mia voce. Ma, se la senti, significa che ormai sono fra le braccia di Dio.”
“Padre, ma…” Gli occhi di Lily si riempirono di lacrime. “Dove siete? E’ uno scherzo crudele.”
“No, bimba mia, purtroppo non è uno scherzo.”
Lily fece qualche passo verso la macchina più vicina, che somigliava ad un immenso braccio metallico posto sopra un calderone. “Padre…”
“Non c’è molto tempo, bambina mia. Ora stammi a sentire.
“Ho costruito una macchina che mi ha consentito di… vedere quello che accadrà nel futuro. Nessuno lo sa: nessuno mi avrebbe mai creduto. Lo sai che tutti mi reputano privo di senno, ormai…”
“Non io, padre.”
“Lo so, tesoro. Per questo ho lasciato questa registrazione, solo per le orecchie tue e del signor Ferguson: siete le uniche due persone di cui mi fidi. Dicevo, ho potuto vedere il futuro, e saranno giorni di grande paura e di tribolazioni per il Regno intero. Oliver Cromwell è risorto, bambina mia, e vuole riprendere il potere.”
“Come…”
“Non so come, ma sono sicuro che lo scoprirai. Perché sarai tu a impedirglielo. Proprio così, tesoro: ho visto te combatterlo fino all’ultimo, e porre definitivamente fine ai suoi giorni e alle sue macchinazioni. Per questo ti ho lasciato tutto quello che ti servirà per capire come muoverti, da oggi in poi, per salvare te stessa e tutti gli altri Animali d’Inghilterra!
“Ma ora, tesoro, devi correre da tua madre: è in pericolo. Fra breve le strade saranno piene di macchine assassine, programmate per uccidere. Prendi un gurney per lei e conducila fuori da Londra. Mandala presso tua sorella Elizabeth, poi torna immediatamente in questa villa. Il signor Ferguson ti aiuterà,” concluse la voce, seguita da un breve attimo di statica e quindi dal silenzio.
“Padre!” esclamò Lily, confusa. “Padre! Tornate qui!”
Ferguson le pose una mano sulla spalla. “Signorina… signorina Edgecombe,” le disse. Lily si voltò, cercando di nascondere le lacrime che minacciavano di rigarne il volto. “Io… non so cosa intendesse dire suo padre, ma mi sono sempre fidato del signor Edgecombe e non smetterò di farlo ora. Se dice che sua madre è in pericolo, ho ragione di credere che lo sia sul serio.”
Lily annuì, tergendosi le guance e gli occhi con un fazzoletto. “Sì, temo sia vero. Andiamo, dunque.”
Insieme, i due corsero al piano superiore. All’esterno, sulla strada, tutto sembrava tranquillo: gli Animali continuavano a muoversi indisturbati, ignari di ogni cosa. Alcuni passeggiavano, altri parlavano, assiepati in capannelli, altri ancora si muovevano su gurney o su velocipedi. Il via vai era continuo, e Lily non riusciva ad immaginare come tutto quel brulicare di vita potesse essere compromesso. Il ritorno di Oliver Cromwell, poi! E se suo padre fosse…
“Signorina Edgecombe,” sentì dire Ferguson. Lily si voltò: il cane era in sella ad un velocipede dipinto di nero. “Salga con me. Saremo più rapidi.”
“Signor Ferguson, non credo di poter accettare il suo invito. Sarebbe alquanto sconveniente che una ragazza come me salga su uno di…”
“Al diavolo le regole e l’essere sconvenienti, signorina Edgecombe!” esclamò l’altro. “Non c’è un attimo da perdere. Si sieda sul sellino, io pedalerò in piedi.”
“Imprudente,” mormorò Lily. Si avvicinò al velocipede e si sedette sul sellino, le gambe rivolte sul lato sinistro del mezzo. “Può… andare.”
Ferguson iniziò a pedalare. Lily ne ammirò lo sforzo: nonostante il peso di entrambe, il cane stava spingendo il veicolo a gran velocità. In pochi minuti raggiunsero l’abitazione degli Edgecombe. “Signorina,” ansimò l’altro. “Siamo… arrivati,” disse, la lingua penzoloni per la fatica.
Lily scese. “Grazie mille, signor Ferguson.”
“L’aspetterò… qui. Lei salga. Ma faccia… in fretta. Per favore.”
Lily annuì ed entrò nella villa. “Madre?” chiamò. “Madre? Dove siete?”
“Sei tornata, allora,” fece l’altra, emergendo dalla cucina. Le rivolse uno sguardo torvo. “Dove saresti stata?”
“Madre, non c’è tempo per queste cose,” le rispose Lily. “Sarebbe troppo lunga da spiegare, ma dovete fare quello che vi dirò.”
La donna inarcò le sopracciglia. “Come sarebbe a dire?”
“Siete in pericolo, madre, non è il caso di lasciarsi andare a spiegazioni e quant’altro, quindi, per favore, vogliate farmi il piacere di prendere le vostre cose al più presto.”
La concitazione della giovane lasciò la donna di stucco. Nei suoi occhi, Lily vide una scintilla di paura. “Va… va bene…”
“Presto, madre.”
Senza aggiungere una parola, la donna si recò al piano superiore, con la velocità che peso ed età le consentivano, e tornò al piano terra dopo alcuni minuti, trascinando con sé un baule che sbatté su ogni scalino. Nel frattempo, Lily aveva provveduto a chiamare per lei un gurney a vapore. “Un gurney a vapore?” fece la donna, ora seriamente preoccupata. “Ma, Lily…”
“Dovete andare, madre.”
“Ma dove?”
“Lontano da Londra. E’ troppo pericoloso per voi.”
“Ma… ma tu…”
“Io me la caverò. Voi dovete andare, però, ora! Ho già preso per voi il vostro mezzo: vi recherete da Elizabeth, là sarete al sicuro. Io… vi informerò su tutto appena potrò.”
La donna caricò il proprio bagaglio sul gurney. “Abbi cura di te, figlia mia. Ho già perso un marito, non sopporterei di perdere anche mia figlia maggiore.”
“Sarò al sicuro,” disse Lily, ancora non certa della reale pericolosità di ciò che stava accadendo. “Ora andate.”
La donna annuì, quindi chiuse il portello del gurney. Il conducente avviò i motori, spingendo la vettura alla sua massima velocità. Lily rimase alcuni secondi a guardarlo correre via, mentre qualcosa le stringeva il cuore nel petto. Quanto avrebbe dovuto fidarsi di suo padre? Fino a che punto poteva dire che fosse sano di mente?
Cercò con lo sguardo Ferguson, e lo vide tornare sul suo velocipede dalla direzione da cui erano venuti, poco prima. Portava qualcosa allacciato sulla schiena, ma la tasso non fu in grado di comprendere cosa fosse.
“Come è andata?”
“Vorrei avere il tempo di capire bene quello che sta accadendo.” Sospirò. “Ma immagino che ogni cosa verrà a tempo debito, giusto?”
Il cane drizzò le orecchie. “Forse anche prima di quello che immagina, signorina Edgecom…”
“Miles,” lo interruppe Lily. “So che l’etichetta imporrebbe il contrario, ma mi chiami pure Lily, per amore di brevità.”
“D’accordo, miss Lily. Non sente anche lei questo rumore?”
Tutti i passanti si erano fermati, orecchie tese in ascolto. “Sembra… una marcia,” disse Lily. “Un esercito in marcia. Ci sono parate di qualche genere in programma per la giornata?” domandò, perplessa.
Le prime urla la convinsero che non si trattava di una parata.
La tasso vide una colonna di persone in fuga verso la sua direzione, nel verso opposto rispetto a quello verso cui il gurney con sua madre si era avviato. Dietro di loro, in marcia in righe ordinate, quelli che a prima vista sembravano cavalieri in armatura. Anche aguzzando il più possibile la vista, Lily non riuscì a individuare maggiori dettagli, data la distanza.
“Miss Lily, credo sia il caso di allontan…”
Un altro urlo, questa volta più vicino, proveniente da un vicolo poco distante da casa Edgecombe, la fece arretrare di un passo. Prima ancora che entrambi potessero rendersene conto, da ogni vicolo, da ogni angolo, da ogni via nuovi cavalieri si facevano strada, con un grosso moschetto spianato. Si muovevano in modo rigido ma rapido, i volti nascosti da una intricata maschera e portavano sulla schiena quella che sembrava una caldaia, come quella di un gurney a vapore, che di tanto in tanto mandava sbuffi.
“Miss Lily, venga con me!” le disse Ferguson. “Alla villa di suo padre!”
“Saremo al sicuro, lì?” chiese Lily, puntando il suo ombrello. Si voltò verso il cane e vide che impugnava una spada: non un elegante e fronzoluto fioretto, ma una ingombrante e lucida arma ad una mano, che sembrava uscita da una illustrazione sul barbaro periodo del medioevo. La ragazza si limitò ad accettare la cosa, nella follia della situazione, riservandosi mentalmente di domandare al pastore tedesco come se la fosse procurata.
“Nell’officina, glielo posso garantire! Ma anche il resto della casa è ben riparato! Be’… e comunque, qualsiasi posto sarà meglio della strada.”
“Accolgo l’idea,” disse lei, fronteggiando uno dei cavalieri, che le sbarrava la strada. “Indietro!” fece, brandendo in modo minaccioso l’ombrello. L’altro, in tutta risposta, cercò di menare un fendente con il suo moschetto, in modo poco convinto. Lily riuscì a scansare il colpo con facilità, fece un passo indietro e con un ringhio affondò la punta dell’ombrello nel petto dell’armatura. L’oggetto perforò il metallo, passando attraverso una giuntura come se fosse burro. Lily sentì un meccanismo fermarsi e incepparsi, come se delle ghiere o delle molle non riuscissero a muoversi nel modo migliore. I movimenti del cavaliere si fecero rapidi, guizzanti ma sconclusionati.
La tasso lasciò andare l’ombrello, per paura di rimanere in qualche modo ferita dalle strane movenze della cosa. Quindi, con una spinta lo sbatté in terra, vi saltò sopra e con tutto il suo peso affondò definitivamente l’ombrello nell’armatura, spingendolo fin quando non sentì il rintocco del metallo della caldaia sulla sua schiena. Il cavaliere cessò di muoversi poco dopo, bloccato in una posizione che ricordava quella di un epilettico in preda ad una crisi.
La tasso annuì, soddisfatta.
“Miss Lily!”
“Arrivo,” fece, svellendo l’ombrello, il cui tessuto era ormai sbrindellato, pronta a difendersi ancora. 

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