L'invasione  

Posted by Tengu Zame in

La porta si aprì su un ballatoio. Lily rimase esterrefatta nel vedere, illuminata da una serie di globi luminosi posti lungo tutte le pareti, una enorme officina, grande forse come l’intero edificio soprastante, ricolma di macchinari di ogni tipo. Ovunque il suo occhio si posasse, non faceva che vedere ingranaggi, pompe, pistoni, caldaie, rulli e qualunque altra tipologia di sistema meccanico lei potesse riconoscere.
Ferguson la raggiunse subito dopo. “E così,” disse. “Sembra che questa sia la famigerata “officina privata” di suo padre.”
“Officina privata?”
Il cane annuì. “La menzionava spesso. Ma non immaginavo fosse così grande.”
Lily scese le scale al termine del ballatoio, raggiungendo il pavimento della sala. Si udì uno scatto, poi un ronzio, quindi una voce riempì l’aria: “Bambina mia!”
Lily trasalì. “Padre! Padre, siete voi?”
“Sì, tesoro, sono io. O meglio, questa è solo la mia voce. Ma, se la senti, significa che ormai sono fra le braccia di Dio.”
“Padre, ma…” Gli occhi di Lily si riempirono di lacrime. “Dove siete? E’ uno scherzo crudele.”
“No, bimba mia, purtroppo non è uno scherzo.”
Lily fece qualche passo verso la macchina più vicina, che somigliava ad un immenso braccio metallico posto sopra un calderone. “Padre…”
“Non c’è molto tempo, bambina mia. Ora stammi a sentire.
“Ho costruito una macchina che mi ha consentito di… vedere quello che accadrà nel futuro. Nessuno lo sa: nessuno mi avrebbe mai creduto. Lo sai che tutti mi reputano privo di senno, ormai…”
“Non io, padre.”
“Lo so, tesoro. Per questo ho lasciato questa registrazione, solo per le orecchie tue e del signor Ferguson: siete le uniche due persone di cui mi fidi. Dicevo, ho potuto vedere il futuro, e saranno giorni di grande paura e di tribolazioni per il Regno intero. Oliver Cromwell è risorto, bambina mia, e vuole riprendere il potere.”
“Come…”
“Non so come, ma sono sicuro che lo scoprirai. Perché sarai tu a impedirglielo. Proprio così, tesoro: ho visto te combatterlo fino all’ultimo, e porre definitivamente fine ai suoi giorni e alle sue macchinazioni. Per questo ti ho lasciato tutto quello che ti servirà per capire come muoverti, da oggi in poi, per salvare te stessa e tutti gli altri Animali d’Inghilterra!
“Ma ora, tesoro, devi correre da tua madre: è in pericolo. Fra breve le strade saranno piene di macchine assassine, programmate per uccidere. Prendi un gurney per lei e conducila fuori da Londra. Mandala presso tua sorella Elizabeth, poi torna immediatamente in questa villa. Il signor Ferguson ti aiuterà,” concluse la voce, seguita da un breve attimo di statica e quindi dal silenzio.
“Padre!” esclamò Lily, confusa. “Padre! Tornate qui!”
Ferguson le pose una mano sulla spalla. “Signorina… signorina Edgecombe,” le disse. Lily si voltò, cercando di nascondere le lacrime che minacciavano di rigarne il volto. “Io… non so cosa intendesse dire suo padre, ma mi sono sempre fidato del signor Edgecombe e non smetterò di farlo ora. Se dice che sua madre è in pericolo, ho ragione di credere che lo sia sul serio.”
Lily annuì, tergendosi le guance e gli occhi con un fazzoletto. “Sì, temo sia vero. Andiamo, dunque.”
Insieme, i due corsero al piano superiore. All’esterno, sulla strada, tutto sembrava tranquillo: gli Animali continuavano a muoversi indisturbati, ignari di ogni cosa. Alcuni passeggiavano, altri parlavano, assiepati in capannelli, altri ancora si muovevano su gurney o su velocipedi. Il via vai era continuo, e Lily non riusciva ad immaginare come tutto quel brulicare di vita potesse essere compromesso. Il ritorno di Oliver Cromwell, poi! E se suo padre fosse…
“Signorina Edgecombe,” sentì dire Ferguson. Lily si voltò: il cane era in sella ad un velocipede dipinto di nero. “Salga con me. Saremo più rapidi.”
“Signor Ferguson, non credo di poter accettare il suo invito. Sarebbe alquanto sconveniente che una ragazza come me salga su uno di…”
“Al diavolo le regole e l’essere sconvenienti, signorina Edgecombe!” esclamò l’altro. “Non c’è un attimo da perdere. Si sieda sul sellino, io pedalerò in piedi.”
“Imprudente,” mormorò Lily. Si avvicinò al velocipede e si sedette sul sellino, le gambe rivolte sul lato sinistro del mezzo. “Può… andare.”
Ferguson iniziò a pedalare. Lily ne ammirò lo sforzo: nonostante il peso di entrambe, il cane stava spingendo il veicolo a gran velocità. In pochi minuti raggiunsero l’abitazione degli Edgecombe. “Signorina,” ansimò l’altro. “Siamo… arrivati,” disse, la lingua penzoloni per la fatica.
Lily scese. “Grazie mille, signor Ferguson.”
“L’aspetterò… qui. Lei salga. Ma faccia… in fretta. Per favore.”
Lily annuì ed entrò nella villa. “Madre?” chiamò. “Madre? Dove siete?”
“Sei tornata, allora,” fece l’altra, emergendo dalla cucina. Le rivolse uno sguardo torvo. “Dove saresti stata?”
“Madre, non c’è tempo per queste cose,” le rispose Lily. “Sarebbe troppo lunga da spiegare, ma dovete fare quello che vi dirò.”
La donna inarcò le sopracciglia. “Come sarebbe a dire?”
“Siete in pericolo, madre, non è il caso di lasciarsi andare a spiegazioni e quant’altro, quindi, per favore, vogliate farmi il piacere di prendere le vostre cose al più presto.”
La concitazione della giovane lasciò la donna di stucco. Nei suoi occhi, Lily vide una scintilla di paura. “Va… va bene…”
“Presto, madre.”
Senza aggiungere una parola, la donna si recò al piano superiore, con la velocità che peso ed età le consentivano, e tornò al piano terra dopo alcuni minuti, trascinando con sé un baule che sbatté su ogni scalino. Nel frattempo, Lily aveva provveduto a chiamare per lei un gurney a vapore. “Un gurney a vapore?” fece la donna, ora seriamente preoccupata. “Ma, Lily…”
“Dovete andare, madre.”
“Ma dove?”
“Lontano da Londra. E’ troppo pericoloso per voi.”
“Ma… ma tu…”
“Io me la caverò. Voi dovete andare, però, ora! Ho già preso per voi il vostro mezzo: vi recherete da Elizabeth, là sarete al sicuro. Io… vi informerò su tutto appena potrò.”
La donna caricò il proprio bagaglio sul gurney. “Abbi cura di te, figlia mia. Ho già perso un marito, non sopporterei di perdere anche mia figlia maggiore.”
“Sarò al sicuro,” disse Lily, ancora non certa della reale pericolosità di ciò che stava accadendo. “Ora andate.”
La donna annuì, quindi chiuse il portello del gurney. Il conducente avviò i motori, spingendo la vettura alla sua massima velocità. Lily rimase alcuni secondi a guardarlo correre via, mentre qualcosa le stringeva il cuore nel petto. Quanto avrebbe dovuto fidarsi di suo padre? Fino a che punto poteva dire che fosse sano di mente?
Cercò con lo sguardo Ferguson, e lo vide tornare sul suo velocipede dalla direzione da cui erano venuti, poco prima. Portava qualcosa allacciato sulla schiena, ma la tasso non fu in grado di comprendere cosa fosse.
“Come è andata?”
“Vorrei avere il tempo di capire bene quello che sta accadendo.” Sospirò. “Ma immagino che ogni cosa verrà a tempo debito, giusto?”
Il cane drizzò le orecchie. “Forse anche prima di quello che immagina, signorina Edgecom…”
“Miles,” lo interruppe Lily. “So che l’etichetta imporrebbe il contrario, ma mi chiami pure Lily, per amore di brevità.”
“D’accordo, miss Lily. Non sente anche lei questo rumore?”
Tutti i passanti si erano fermati, orecchie tese in ascolto. “Sembra… una marcia,” disse Lily. “Un esercito in marcia. Ci sono parate di qualche genere in programma per la giornata?” domandò, perplessa.
Le prime urla la convinsero che non si trattava di una parata.
La tasso vide una colonna di persone in fuga verso la sua direzione, nel verso opposto rispetto a quello verso cui il gurney con sua madre si era avviato. Dietro di loro, in marcia in righe ordinate, quelli che a prima vista sembravano cavalieri in armatura. Anche aguzzando il più possibile la vista, Lily non riuscì a individuare maggiori dettagli, data la distanza.
“Miss Lily, credo sia il caso di allontan…”
Un altro urlo, questa volta più vicino, proveniente da un vicolo poco distante da casa Edgecombe, la fece arretrare di un passo. Prima ancora che entrambi potessero rendersene conto, da ogni vicolo, da ogni angolo, da ogni via nuovi cavalieri si facevano strada, con un grosso moschetto spianato. Si muovevano in modo rigido ma rapido, i volti nascosti da una intricata maschera e portavano sulla schiena quella che sembrava una caldaia, come quella di un gurney a vapore, che di tanto in tanto mandava sbuffi.
“Miss Lily, venga con me!” le disse Ferguson. “Alla villa di suo padre!”
“Saremo al sicuro, lì?” chiese Lily, puntando il suo ombrello. Si voltò verso il cane e vide che impugnava una spada: non un elegante e fronzoluto fioretto, ma una ingombrante e lucida arma ad una mano, che sembrava uscita da una illustrazione sul barbaro periodo del medioevo. La ragazza si limitò ad accettare la cosa, nella follia della situazione, riservandosi mentalmente di domandare al pastore tedesco come se la fosse procurata.
“Nell’officina, glielo posso garantire! Ma anche il resto della casa è ben riparato! Be’… e comunque, qualsiasi posto sarà meglio della strada.”
“Accolgo l’idea,” disse lei, fronteggiando uno dei cavalieri, che le sbarrava la strada. “Indietro!” fece, brandendo in modo minaccioso l’ombrello. L’altro, in tutta risposta, cercò di menare un fendente con il suo moschetto, in modo poco convinto. Lily riuscì a scansare il colpo con facilità, fece un passo indietro e con un ringhio affondò la punta dell’ombrello nel petto dell’armatura. L’oggetto perforò il metallo, passando attraverso una giuntura come se fosse burro. Lily sentì un meccanismo fermarsi e incepparsi, come se delle ghiere o delle molle non riuscissero a muoversi nel modo migliore. I movimenti del cavaliere si fecero rapidi, guizzanti ma sconclusionati.
La tasso lasciò andare l’ombrello, per paura di rimanere in qualche modo ferita dalle strane movenze della cosa. Quindi, con una spinta lo sbatté in terra, vi saltò sopra e con tutto il suo peso affondò definitivamente l’ombrello nell’armatura, spingendolo fin quando non sentì il rintocco del metallo della caldaia sulla sua schiena. Il cavaliere cessò di muoversi poco dopo, bloccato in una posizione che ricordava quella di un epilettico in preda ad una crisi.
La tasso annuì, soddisfatta.
“Miss Lily!”
“Arrivo,” fece, svellendo l’ombrello, il cui tessuto era ormai sbrindellato, pronta a difendersi ancora. 

La seconda ascesa di Oliver Cromwell  

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I Lord avevano appena terminato di pronunciare il giuramento sulla regina, aprendo la seduta odierna del Parlamento. L’aria della giornata era tersa, dopo la pioggia, e i Lord, sotto le loro gran parrucche, discutevano dell’ordine del giorno.
Un trambusto all’esterno della stanza li distrasse e li distolse dalle discussioni. Durò pochi attimi, poi il silenzio, seguito da una serie ritmica e lenta di tonfi metallici e di passi trascinati per il corridoio esterno, sempre più vicini. Le porte si aprirono.
“…e ho visto il buio, oltre le palpebre,” pronunciò l’alta figura che stava entrando. I peli dei presenti si rizzarono, fra gemiti terrorizzati. “Prima fu il buio, lungo, eterno, interminabile. Poi venne ancora la luce, ma non fu la luce del Dio di cui tutti parlavamo: fu la luce del fuoco eterno della materia,” scandì l’essere. I Lord invocavano le guardie, schiamazzavano affinché qualcuno desse l’allarme, ma nessuno osava avvicinarsi all’entità, che, ferma di fronte alla porta d’ingresso, bloccava qualunque tentativo di fuga. “E fu quel fuoco a donarmi la scintilla di vita. E fu per quel fuoco che io ora sono qui, di nuovo, nel luogo che mi spetta di diritto e che mi è stato tolto con la forza,” disse, alzando le braccia al cielo. “Quel luogo che ora mi riprenderò.”
Una figura più piccola sgattaiolò dalle sue terga, entrando nella sala e portandosi al centro: una gatta soriana, con abiti che ne evidenziavano l’elevata classe sociale e che aderivano in modo stretto ai dettami della Livrea. Sorrise, indicando la figura. “Inghilterra!” esclamò. “Gioisci, gioisci tutta, perché il tuo Protettore è tornato! Lunga, eterna vita al Lord Protettore d’Inghilterra, sir Oliver Cromwell!”
Cromwell chiuse le mani a pugno, facendo qualche passo verso la gatta, fra lo stupore e i mormorii degli attoniti Lord. “Sì, miei Lord,” fece. “Sono morto, come potete giustamente vedere,” disse, indicando il lato sinistro del suo corpo, ridotto ad una congerie di ossa sbrindellate. “Mi avete affibbiato una punizione post-mortem, una umiliazione che io, che ho solo voluto proteggere e custodire questo grande Regno, questo Impero, non meritavo. E ora saranno proprio queste mie mani, questo metallo,” disse, alzando il pugno destro e battendoselo sul petto. Benché testa, braccio sinistro e gamba sinistra avessero ancora qualcosa di biologico, il resto del corpo era composto esclusivamente da parti metalliche, unite a formare una vera e propria armatura semovente, animata da due grandi macchine a vapore, poste in grandi barili metallici posizionati dove avrebbero dovuto essere le sue spalle, ai lati della testa. Su uno dei barili dominavano le insegne del dominio di Cromwell sull’Inghilterra, mentre sull’altro splendeva l’insegna della Loggia dei Costruttori. Al centro del petto, una sfera lucida e liscia riluceva di una luminescenza verdeazzurra. “Io, Oliver Cromwell, sono tornato dal regno dei morti!” ruggì l’ariete. “Io vi dico: Animali di tutto il Regno, non abbiate paura del giudizio divino, poiché io non vidi alcun Dio là fuori ad attendermi! Abbiate paura piuttosto del mio giudizio!”
Una forte esplosione all’interno dell’aula fece gemere tutti i presenti. Seguì il tonfo di un corpo che cadeva in terra. La gatta abbassò l’arma da fuoco che aveva usato contro uno dei Lord, che, nel tentativo di fuggire, si era lanciato verso la porta di uscita, e rise. “Qualche altro temerario vuole provare?”
Qualcuno si alzò dal proprio bancone. Una capra, esattamente come Cromwell, si erse al proprio posto e tuonò: “Impostore! Presto assaggerai l’ira dell’esercito di Sua Maestà! Saranno qui a momenti, e…”
Cromwell rise. “Sua Maestà non è più in questa valle di lacrime ormai da ore, poveri stolti. Sentite? Là fuori marcia il futuro… il futuro di questo mio Regno!”

La casa di Leicester Square  

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“E tu che cosa avresti intenzione di fare, signorina?” disse la signora Edgecombe a sua figlia, vedendola sulla soglia della propria stanza con un abito azzurro che non rispettava la Livrea.
La ragazza si aggiustò l’abito sui fianchi, osservandosi allo specchio. Non si voltò per guardare la donna, mentre le rispondeva. “Devo uscire per recarmi… non sono costretta a fornirvi indicazioni su quello che sto facendo, madre,” rispose Lily, girandosi solo in quel momento per lanciarle un’occhiata torva dietro gli occhiali rotondi.
“Non uscirai con un abito da svergognata come questo,” replicò l’altra, alludendo al colore sgargiante del vestito, che non corrispondeva al nero, grigio e bianco che la Livrea raccomandava per i tassi. A ribadire la sua intenzione, la donna si pose sul primo gradino della scalinata verso il piano inferiore, le braccia incrociate sul florido petto.
“Ripeto: non devo darvi alcuna giustificazione in merito alle mie scelte, madre,” concluse Lily, scandendo lentamente le parole, allacciandosi l’ultimo dei bottoni della giacca. Afferrò quindi il suo ombrello nero, si aggiustò gli occhiali sul volto, controllò che i capelli fossero raccolti nella sua abituale treccia e uscì dalla stanza, chiudendosi la porta della stanza alle spalle. Con la mano fece cenno alla madre di scostarsi dal suo posto; la donna obbedì, spostandosi con studiata lentezza e continuando a fissare la figlia da sotto le sopracciglia corrugate, dietro i grandi occhiali a mezzaluna. Uno sguardo che avrebbe dovuto essere di fuoco, ma che incontrò la dura pietra del carattere di sua figlia, che non ebbe alcuna reazione.
“Non combinerai mai nulla di buono, signorina,” continuò lei, seguendola per le scale fino al piano terra. “E’ proprio questo tuo fare da… svergognata che ha fatto scappare tutti i pretendenti di un certo livello da questa casa. Hai ventisette anni, e sei ancora nubile!”
“E con ciò?” replicò Lily, voltandosi di scatto verso sua madre. La donna trasalì al gesto inaspettato.
“Con ciò… sei la vergogna di questa famiglia,” ribatté la madre, riprendendosi. “Le tue sorelle sono già maritate da anni, ormai. Bell’esempio che dai, come sorella maggiore.”
“Forse non lo avete ancora ben compreso, madre, ma sono io che decido con chi, come e quando accasarmi. Se mio padre fosse ancora vivo sarebbe d’accordo con me, lo sapete benissimo. Ed è per questo che, dalla sua morte, non fate altro che cercare di comandarmi come se fossi una schiava!”
“Da quando cercare buoni partiti per mia figlia sarebbe “comandarla come una schiava?” Sto solo cercando di darti un futuro, signorina Lily Edgecombe, proprio perché non voglio che tu faccia la fine di quello spiantato pazzo di tuo padre.”
“Mio padre non era pazzo!” esclamò Lily. “E non vi azzardate a chiamarlo ancora in questo modo, sono stata chiara?” disse, puntando contro la madre l’ombrello.
La donna arretrò di un passo, cercando di evitare la punta metallica dell’oggetto. “Siamo arrivati a questo punto, signorina?” disse, in tono gelido. Un tono che non ammetteva repliche: si stava sensibilmente tracciando una linea di demarcazione, con quella ribellione, un confine indelebile fra le due.
“Mi ci avete spinto voi,” replicò Lily, abbassando l’ombrello. Si voltò e aprì la porta. “E ora, buona giornata,” fece, uscendo e chiudendo la porta prima che l’altra avesse modo di replicare.
Fuori, l’aria di Londra era tersa, appena dopo la pioggia. Centinaia di pozzanghere chiazzavano le vie, e i cuccioli correvano in ogni dove, mentre la gente tornava ad uscire di casa dopo il brutto tempo. Lilly assaporò il profumo della primavera appena iniziata, sospirò, quindi scese i tre gradini dell’ingresso e si avviò verso la Loggia dei Costruttori.
Gregory Edgecombe, il padre di Lily, era un inventore iscritto alla Loggia. Da sempre aveva cercato di incuriosire sua figlia al suo lavoro, a quelle macchine meravigliose contenute nei suoi appunti e nei suoi schemi. Macchine che non sempre funzionavano a dovere, e a volte non funzionavano affatto, ma rimanevano per la piccola Lily oggetti misteriosi e fantastici, originati dalla mente di suo padre e quindi ancor più degni di ammirazione. Il seme era stato piantato in profondità, aveva germogliato e, dopo la sua morte per malattia, aveva dato il suo frutto: Lily aveva deciso di percorrere la sua strada.
Ma, per farlo, le sarebbe servito il beneplacito della Loggia, non facile da ottenere per un uomo e probabilmente ancor più complesso per una donna, dato che, a memoria, non ricordava neanche un nome di una inventrice Inglese. Sapeva che sarebbe stata una strada in salita, ma l’idea la stuzzicava, invece di spaventarla o preoccuparla. Aveva la testardaggine e il temperamento solido e intransigente di suo padre, oltre ai suoi appunti e ai suoi libri, e sperava che questa silenziosa eredità potesse esserle utile per il suo futuro.
Sentì il frastuono del gurney a vapore ben prima che questo le si avvicinasse, distogliendola dalle sue considerazioni. La grossa carrozza, mossa da una congerie di ingranaggi che afferivano a quello che sembrava un enorme calderone nella parte posteriore del mezzo, portava le insegne dell’Ufficio Notarile Henson & Hewson. Lily increspò le sopracciglia: i due avevano fama di essere degli ignobili lucratori pericolosamente al confine con l’usura.
Il conducente, seduto a cassetta, manovrò il gurney affinché si fermasse presso di lei, sferragliando e lasciando dietro di se una gran nuvola di vapore. Il finestrino al suo lato si abbassò, facendo sporgere il volto di un furetto. “Miss Lily Edgecombe, suppongo,” fece questo, con una vocina stridula che ben si adattava alla spigolosità del muso.
“Al suo servizio, signor… Non ho il piacere di conoscerla,” fece Lily, accennando un inchino.
“Richard Hewson, dell’Ufficio Notarile Henson & Hewson,” rispose l’altro, prima di aprirle la porta. Una scaletta si abbassò, con uno sbuffo di vapore e diversi cigolii che le fecero temere per la sua integrità strutturale. “La prego di salire, signorina. Abbiamo notizie di estrema importanza per lei.”
“Notizie di quale tipo, signor Hewson?” chiese la giovane, insospettita, prima di salire.
“Estrema importanza,” ripeté l’altro. “Da parte di suo padre, il signor Gregory Edgecombe.”
Sentir suo padre menzionato dal furetto fece trasalire Lily, che ebbe un tuffo al cuore. Si affacciarono alla sua mente mille prospettive, nessuna delle quali positiva: debiti mai estinti, problemi giudiziari, pegni e pignoramenti di cui nessuno era a conoscenza… Ma fu sufficiente ad incuriosirla, e a farla entrare nel gurney.
Sedette accanto ad Hewson, dato che il sedile opposto era occupato quasi per intero dalla mole di un ratto piuttosto corpulento, che Lily ipotizzò potesse essere il collega del furetto. Si aggiustò abito e coda, e rispose al saluto del ratto con cortesia.
“Signorina Edgecombe,” disse quest’ultimo, mentre Hewson faceva cenno al conducente in cassetta di riprendere il viaggio. Lily si era attesa di sentire l’abitacolo risuonare del frastuono del motore, ma il silenzio ovattato dell’interno la costrinse a ricredersi. “Quando ha avuto luogo il suo ultimo, ventisettesimo compleanno?”
Un po’ piccata per l’allusione alla sua età, Lily rispose subito: “Due giorni or sono, signor Henson.”
“Felicitazioni, signorina,” rispose l’altro.
Lily colse con la coda dell’occhio il furetto estrarre una cartellina da una valigetta in legno, posta al suo fianco. “Bene, signorina Edgecombe,” fece Hewson. “Questo ci autorizza, secondo le disposizioni lasciate da suo padre, a consegnarle questa.”
“Disposizioni?” chiese la ragazza.
“Suo padre, il signor Edgecombe, ha consegnato questi documenti al nostro studio, esattamente tre anni fa,” spiegò Hewson, indicando con un’unghia affilata una iscrizione con una calligrafia estremamente curata sulla cartellina, recante la data del 20 Marzo 1864. “Pregandoci di consegnarli il giorno 20 Marzo 1867 a sua figlia, dovunque ella fosse stata.”
“Di che cosa si tratta?” chiese Lillian, notando il sigillo in ceralacca che ancora chiudeva la cartella. Era pesante, e sembrava contenere dei fogli rilegati; forse un libro? O degli appunti? Suo padre aveva l’abitudine di annotare sempre ciò che gli passava per la testa, fossero idee per delle nuove macchine o altro.
“Non ci è dato di saperlo, signorina Edgecombe,” rispose Hewson. “Non abbiamo mai aperto la cartellina, come espressamente richiesto da suo padre. E,” disse, ponendo la sua mano su quella di Lily, impedendole di aprirla. “Ci è stato anche richiesto di limitarci a consegnarla e a non essere testimoni dell’apertura, signorina.”
“La dovrò aprire fuori di qui, dunque?”
Henson annuì con vigore, scatenando ondulazioni su tutta la sua massa. “Assolutamente, e possibilmente al riparo da occhi indiscreti, signorina.”
“Noi siamo autorizzati solo a consegnarle questa busta. Oh,” fece poi Hewson, frugando nella valigia. “Dimenticavo: il lascito di suo padre consiste anche in questa,” disse, consegnandole una chiave di ferro, grande più della sua mano e molto pesante.
Appesa ad essa c’era una targhetta di carta, con un indirizzo vergato in quella che Lily riconobbe subito come la calligrafia di suo padre. “Ci è stata consegnata assieme alla busta,” spiegò Henson. “E’ una bella villa. Abbiamo ricevuto istruzioni di portarla in loco noi stessi, ed è infatti lì che ci stiamo fermando,” fece poi, affacciandosi dal finestrino del gurney. “Ci siamo, signorina.”
“Prima di scendere, signorina Edgecombe,” disse Hewson, vedendo che Lily si stava precipitando ad aprire la portiera. “I nostri più sentiti omaggi,” fece poi, levandosi il cappello. “Se mai avesse… signorina Edgecombe!” la chiamò.
Ma ormai Lily si era lanciata in strada e si trovava ora dinanzi alla grande villa di Leicester Square.
La costruzione era imponente, quasi interamente in legno e bronzo, a tre piani e ricco di finestre dai vetri decorati. Tutto era lucido, tutto sembrava pulito, come se fosse ancora abitata. Spesso le era capitato di passarvi di fronte, con vari mezzi, negli anni precedenti assieme ai vari membri della famiglia, ma non vi aveva mai prestato attenzione.
Lily controllò l’indirizzo, verificando che fosse quello giusto. Osservò la chiave. La testa era semplice, con pochi rilievi grossolani, mentre l’impugnatura era abbellita da quella che sembrava una ruota dentata in rame, tenuta coesa al resto della chiave da una serie di spire, ancora in ferro battuto, che l’avvolgevano per tutto il diametro, come una ragnatela metallica.
Si avvicinò alla porta, ancora in ammirazione, e provò a far girare la chiave nella toppa. Sentì la serratura scattare con un “clic” pulito, cristallino; impugnò il pomello e spinse, aprendo l’uscio.
L’interno della villa sembrava una copia perfetta della sua casa: un ingresso lungo qualche metro, al termine del quale due arcate conducevano ad altre stanze e una scalinata collegava il piano terra al primo. C’era anche uno specchio identico a quello della sua casa, appeso al muro sulla destra.
Lily entrò, confusa, e richiuse la porta alle sue spalle. Un rapido giro per l’appartamento le fece capire che il piano terra era effettivamente la replica perfetta di quello della sua residenza. Possibile che Gregory Edgecombe avesse voluto copiare in quel modo, così preciso e quasi maniacale, la sua abitazione?
Una piccola porta, posta sotto la scalinata, che non aveva eguale nella sua dimora abituale, colse il suo sguardo. La serratura sembrava simile a quella del portone d’ingresso: tentò di infilarvi la chiave, che entrò e girò. Ancora una volta, uno scatto secco le segnalò che la serratura era stata sbloccata. Lily inarcò un sopracciglio, perplessa.
La porta dava su una seconda scalinata, che proseguiva verso il basso. Non c’era luce in quel tunnel, ma, aguzzando lo sguardo, le sembrò di cogliere la presenza di un’altra porta, probabilmente in metallo.
“Ehilà?” disse una voce dall’uscio. Lily trasalì, facendo un passo indietro. La cartellina cadde in terra, lei impugnò il suo ombrello e lo puntò in direzione della voce.
Sulla porta si stagliava la silhouette di un cane, molto alto.
“Chi è?” chiese Lily, chinandosi a recuperare la cartellina ma senza smettere di puntare alla porta.
“Lei… voi dovete essere la figlia del dottor Edgecombe, suppongo,” disse l’altro, avvicinandosi. “A giudicare dalla specie e dal carattere, almeno.” Indossava una distinta giacca color ferro e un paio di occhiali pince-nez dalle lenti scure, specchiate.
“E voi chi siete? Perché siete in casa di mio padre?”
“Perdonatemi, signorina. Mi chiamo Miles Ferguson,” rispose l’altro, con un lieve inchino. “Sono il custode della villa. Suo padre mi ha chiesto di mantenerla in ordine fino a quando non sarebbe passata in mano sua. Lily, se non erro.”
Lei abbassò la punta dell’ombrello e abozzò un inchino a sua volta, ma senza smettere di tenere d’occhio il cane, un pastore tedesco. “Lily Edgecombe, signor Ferguson.”
Il cane sorrise. “Onorato di conoscerla, signorina Edgecombe. Sono stato molto vicino a suo padre…”
“Lei lo conosceva?” l’interruppe la tasso.
“Piuttosto bene, oserei dire, anche se ovviamente non quando lei.”
“Non mi ha mai parlato di lei… né di questa casa,” aggiunse. “Perché?”
Il cane scosse la testa. “Non saprei. Ha chiesto anche a me il massimo riserbo su ogni cosa. E ammetto di non sapere cosa avvenisse là sotto,” aggiunse il cane, indicando la porta.
“Sa dove conduce?”
“Un laboratorio, penso. Un’officina, uno studio. Non saprei, ho fatto mille congetture al riguardo, ma non ho mai avuto l’occasione di verificarlo di persona.”
Senza rispondere, Lily si precipitò per le scale.